Ciascuno di noi possiede delle ferite che si sono formate quando era molto piccolo e spesso la Madre riveste un ruolo cruciale in queste dinamiche.
Possiamo dire che la Madre è il Primo nostro Soccorritore e accoglie il pianto del figlio offrendogli una risposta di riconoscimento in merito alla sua esistenza.
Cosa succede se la madre non coglie il grido del figlio?
Si forma quella che chiamerò ferita.
Dobbiamo subito premettere che nella storia di ciascuno di noi, ove si parla di ferita, si parla sempre di rapporto con l’altro, poiché da questo giunge l’intera opera di costruzione dell’identità e della sfera emotiva.
Non si può in alcun modo escludere l’educazione e l’imprinting familiare dai vissuti soggettivi se si conduce un’analisi seria di auto conoscimento. La psiche sana si costituisce come un campo spazio temporale con connessioni logiche di cause-effetto durante tutto l’arco della vita. I primi mesi e i primi anni sono quelli più cruciali dove è molto facile sviluppare traumi, carenze affettive e distorsioni. Se il contesto familiare è generalmente ostile e aggressivo o affettivamente piatto il mondo del bambino si costruisce come un castello grigio entro cui il piccolo non può avere autostima, fiducia ed efficacia sul mondo. Qui non si parla di scaricare la colpa sui genitori, ma di prendere atto che lo sviluppo dell’essere umano è plasmato dalle relazioni affettive e quelle familiari sono le più rilevanti. Molti resistono a questo concetto poiché desiderano salvare l’ideale dei propri genitori come fossero Dei dell’Olimpo, incolpando invece se stessi delle proprie scelte sbagliate o mancanze. Questa è la struttura tipica della sub personalità depressiva, intenta a puntare il dito sempre verso di sé assumendosi colpe e responsabilità altrui, quasi come un sottile masochismo psichico che però preserva apparentemente le sue relazioni con l’esterno. La sub personalità depressiva è infatti solita auto sabotarsi accusando se stessa con critiche e aggressioni.
Il bambino forma la sua identità attraverso i genitori. Ciò che essi gli fanno, gli dicono e non gli dicono entra a far parte di quella mappa informatica che crea il sé personale. I bambini molto piccoli possiedono un istinto naturale nel comprendere la qualità dell’amore che ricevono e se sentono di nell’ambiente ostilità, interiorizzeranno questo sentimento come parte di loro stessi. Questo stato perpetuato nel quotidiano diventa uno stato umorale di sottofondo che si va ad impiantare sulla personalità e ne costituisce una sfumatura caratteriale. Uno schema familiare ostile che diventa ‘’normale’’, direbbe Freud, è un sistema che genera individui adulti che andranno alla ricerca di relazioni sofferenti cercando di ripetere il modello che già conoscono, tentando però stavolta di risolverlo e spezzare la dinamica infantile. In psicologia questa è chiamata coazione a ripetere ed è molto frequente quando si assiste a racconti di donne che vissute in famiglie aggressive subiscono e sopportano violenze da adulte da parte dei loro compagni. Di questo fatto, il singolo non dovrebbe assumersi la colpa quanto piuttosto portare a consapevolezza la sofferenza infantile e sanarne le radici in modo da non dover più andare in cerca di un surrogato genitoriale con il quale risolvere la mancanza subita. La dove nelle storie non emerge apparentemente nessun episodio negativo, ma la persona continua a stare male e le dinamiche si ripresentano, dobbiamo sondare in modo più approfondito poiché la memoria cela alla coscienza molti contenuti, soprattutto quelli sensibili come per difendersi. Alle radici si deve sempre risalire, sia che esse siano superficiali come quelle del muschio, sia che esse siamo profonde come quelle di una quercia.